martedì 19 maggio 2020

Diffamazione aggravata

Con il presente breve contributo torno a trattare del reato di diffamazione aggravata, altrimenti detto col mezzo della stampa, questa volta contestato nei confronti, rispettivamente, di un giornalista autore dell’articolo incriminato e del direttore responsabile della testata dove lo stesso è stato pubblicato. In breve, giunti in Cassazione, la Suprema Corte ha ribadito il principio consolidato da costante giurisprudenza per cui sussiste l’esimente dell’esercizio del «diritto di cronaca qualora, nel riportare un evento storicamente vero, siano rappresentate modeste e marginali inesattezze che riguardino semplici modalità del fatto, senza modificarne la struttura essenziale (...) oppure inesattezze in altri casi definite secondarie in quanto non idonee ad intaccare il nucleo, vero, essenziale della notizia principale». Sicché, prosegue il testo della sentenza, la «ratio comune di tale orientamento è quella di configurare una soglia di tolleranza, capace di sottrarre all'area della rilevanza penale quelle discrasie tra la realtà oggettiva e i fatti così come filtrati ed esposti nell'articolo, che anche alla luce del contesto in cui si inseriscono, sono definibili come marginali o secondarie, individuando di volta in volta il discrimine nella effettiva capacità offensiva dei bene giuridico tutelato dalla fattispecie incriminatrice». E ancora, è «riconosciuta l’esimente del diritto di cronaca quando l’inesattezza ha riguardato dati comunque ritenibili come secondari, che, nel contesto dell’informazione, erano inidonei a ledere ulteriormente la reputazione del soggetto, reputazione già compromessa dalla verità della notizia principale». In conclusione, se la difformità fra quanto riportato nell'articolo e il fatto storico si sostanzia in una mera inesattezza, ne consegue che quest’ultima risulterà inidonea a superare la verità del fatto stesso perciò «insuscettibile di modificare la struttura essenziale del narrato e che, soprattutto, si rivela in concreto inoffensiva dell’altrui reputazione» (Cassazione, V Penale, Sentenza 15093/20).